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Dolore dell’arto fantasma: ne avrai sentito parlare. Quindi saprai che no, non c’entrano case stregate e film horror: si tratta invece di un dolore percepito in assenza di un input vero. In altri termini, il cervello crede di provare dolore dove un tempo c’era un arto che adesso, magari amputato, non c’è più.

D’accordo, ma perché ti stiamo parlando di un dolore apparentemente “inventato”? Perché per noi di FisioMediGroup è fondamentale capire come il paziente è abituato a percepire e raccontare il dolore. E del resto proprio il dolore è il motivo principale per cui si va dal fisioterapista. Un fisioterapista professionale, però, si pone un altro obiettivo: oltre a curare il dolore, deve indagarlo in ogni sua forma per puntare a un più ampio stato di benessere del paziente.

Ma come si “misura” il dolore a livello linguistico? Come lo si esperisce correttamente dal racconto del paziente? La Programmazione Neuro-Linguistica (PNL) si occupa proprio di questo. Cioè di usare linguistica e comunicazione per entrare maggiormente nell’esperienza soggettiva del paziente e potersene prendere cura con più efficacia.

Quando si ascolta il paziente, dunque, ci sono tre classi di parole con cui il dolore può essere descritto. Come ricorda spesso Giuliano Mari sul suo blog, i cosiddetti descrittori possono essere sensoriali, affettivi e valutativi. Senza dimenticare che l’esperienza del dolore (e della sofferenza, come vedremo) è globale, complessa e legata al funzionamento del nostro cervello.

Intensità, durata e localizzazione dello stimolo doloroso sono “riconosciute” dall’area somatosensoriale cerebrale, ad esempio. Corteccia frontale e altre aree ci restituiscono la dimensione più emotiva del dolore. Ovvero la sofferenza, citando ancora il dottor Mari (e a questo punto dovrebbe essere chiara la differenza tra dolore e sofferenza).

Questo spiega, tra l’altro, perché un dolore della stessa intensità viene percepito (e dunque vissuto) in maniera diversa se provato in condizioni cliniche differenti (o da persone diverse). E spiega anche la storia dell’arto fantasma che ti abbiamo raccontato in apertura di questo articolo.
Ora: magari sarà evidente, ma proviamo a capire cosa c’entra tutto questo con la fisioterapia.

PNL e fisioterapia
Quando ci prendiamo cura di un paziente, il nostro obiettivo è incidere su una certa serie di processi fisici e meccanici per avere poi un quadro più generale della situazione. Allo stesso tempo, come abbiamo visto anche il dolore si struttura in diversi livelli di sofferenza ed è collegato alla “macchina” del nostro cervello. Nel primo approccio col paziente, dunque, quello che ascoltiamo è determinato da una serie di fattori che sono anche psicologici, emotivi e afferenti alla memoria.

L’approccio della PNL ci aiuta proprio in questo, a strutturare il racconto del paziente quanto più possibile dall’interno. Come degli investigatori, noi di FisioMediGroup indaghiamo il dolore a livello verbale, oltre che fisioterapico. L’auspicio è quello di incidere sulla struttura dell’esperienza e del racconto del dolore per “cambiare il risultato dell’esperienza stessa” (citiamo ancora il dottor Mari). Se preferisci una metafora informatica, si tratta di lavorare su quell’esperienza e riprogrammarla: riprogrammare cioè il meccanismo con cui viene processato il dolore dal nostro corpo e dal nostro cervello in primis.

L’approccio della PNL è trasversale a tutta la gamma di servizi e a tutti i professionisti di FisioMediGroup, ma ricorre in maniera evidente, per motivi diversi, nella Back School o nel trattamento di Trigger Point. Partiamo proprio da quest’ultimo.

Come abbiamo spiegato in un articolo dedicato, il dolore irradiato dal Trigger Point è spesso mal interpretato dal paziente. Spesso un mal di testa è irradiato, appunto, da un’altra zona del corpo, ma ciò che il paziente racconta è un’emicrania. È solo un esempio e se ne potrebbero fare tanti. Compito del fisioterapista, attraverso un’indagine preliminare tanto verbale quanto manuale, è indagare quel dolore per arrivare a una diagnosi corretta.

E siamo alla Back School. Come saprai la Back School, letteralmente “Scuola della schiena”, è una palestra dedicata alla colonna vertebrale. In particolare, oltre agli esercizi che mirano a correggere posture e atteggiamenti sbagliati, la Back School si concentra sulla conoscenza della schiena. Solo con un certo tasso di autoresponsabilità e conoscenza del proprio corpo, infatti, si può raggiungere un buono stato di benessere psicofisico. E per farlo, anche in questo caso, servono le parole giuste per entrare nel cervello dei nostri pazienti: non da intrusi, ma da buoni professionisti. Pazienti che a loro volta impareranno a strutturare il racconto del loro corpo e quello della loro sofferenza – se ne avranno ancora. Per saperne di più, ti invitiamo a visitare la sezione dedicata alla Back School o a contattarci se vuoi saperne di più sull’approccio psico-linguistico in fisioterapia.

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